Marc Dufumier: From farm to fork, 50 essential questions on agriculture and nutrition

Non è semplice trovare un libro che sia professionale e accessibile nel frattempo. È ancora piú difficile trovarne uno che non é interessante solo per chi ha un interesse serio per l’agricoltura, ma anche per un pubblico più laico curioso del mondo che ci circonda. Questa volta me ne sono imbattuto in uno. Non ho molto tempo libero che posso dedicare a leggere solo per piacere, quindi sono molto selettivo a quanto riguarda i libri. Anche il soffietto editoriale è stato affascinante e una frase nella prefazione ha attirato la mia attenzione: “Ogni cittadino e ogni consumatore merita di avere un’immagine chiara e autentica di ciò che ha nel piatto…”

Come se fossero state le mie parole!

Nel suo libro, l’autore, Marc Dufumier, ingegnere agricolo, ricercatore e docente universitario francese, ha raccolto 50 delle domande più frequenti che gli sono state poste nel corso degli anni e ha cercato di rispondere in uno stile comprensibile a tutti.

Per correttezza è importante a sottolineare, che non tutte le domande hanno suscitato la mia curiosità allo stesso modo. Molti dati e informazioni citati nel libro riguardano solamente il mercato francese, ma ci sono alcuni argomenti che sono sia universali che particolarmente vicini al mio cuore. Vorrei focalizzarmi su questi aspetti del libro.

Stiamo producendo abbastanza per sfamare i 7,6 miliardi di abitanti del mondo?

Prima di arrivare alla risposta dell’autore, vorrei sottolineare che il libro, scritto nel 2020 e da allora la popolazione della Terra è cresciuta, arrivando a quasi 8 miliardi.

L’autore evidenzia 3 problemi con questa sfida. Primo, gran parte del mondo spreca troppo cibo mentre consuma troppa carne e latte. Inoltre, troppo cibo finisce nella produzione di biocarburanti invece di arrivare sulle tavole dei più deprivati. La conclusione è che la fame e la malnutrizione sono presenti nel mondo a causa della disparità di reddito, non a causa dell’insufficiente produzione alimentare.

Lo vedo indiscutibile le affermazioni, c’è qualcosa in piú da considerare. Purtroppo, a mio avviso, i sistemi agricoli attualmente in uso non sono in grado di produrre cibo di qualità e quantità sufficienti in modo sostenibile. Sì, la distribuzione del cibo non è uniforme e sì, molto cibo finisce nella spazzatura. Ma è molto importante anche che la pressione sulla quantità non dovrebbe portarci ad un deterioramento della qualità. Che non dobbiamo produrre il cibo che abbiamo bisogno con metodi che siano dannosi per l’ambiente e che violino le norme sul benessere degli animali.

Strettamente correlata a questo problema è la domanda successiva, che mi fa spesso pensare:

Come possiamo ridurre lo spreco di cibo?

I consumatori sono responsabili solo di un terzo degli sprechi alimentari, i restanti due terzi sono responsabilità di produttori, trasformatori e distributori, che in ogni fase della catena alimentare smaltiscono prodotti e sottoprodotti che non possono vendere. Il nostro esempio mostra come questo sottoprodotto, che in molti luoghi finisce come rifiuto, possa ancora diventare un bene vendibile. KOMETA è la prima azienda di lavorazione della carne e prodotti a base di carne in Ungheria ad avere un impianto di sottoprodotti. Questo ci permette di lavorare prodotti di macellazione dalla lavorazione della carne, producendo 2300 tonnellate di farina d’ossa e 1300 tonnellate di grasso/olio animale all’anno. Il primo può essere utilizzato per l’alimentazione animale e il secondo può essere utilizzato dall’industria farmaceutica.

L’autore cita diversi buoni esempi e pratiche di riduzione degli sprechi alimentari dalla Francia, alcuni dei quali stanno già lavorando anche in Italia e Ungheria, ma sfortunatamente quest’area è ancora in fase rudimentale. In questo momento solo i programmi locali e le piccole comunità riescono ad affrontare questo problema in modo efficace. Anche in questo settore è necessaria una piena cooperazione a livello industriale e programmi seri. In piú, l’educazione e la sensibilizzazione dei consumatori potrebbe svolgere un ruolo importante.

Mangeremo gli insetti domani?

Il movimento per “mangiare meno carne, o non mangiare affatto carne” si fa sempre più forte e ci raggiunge attraverso sempre più canali. I sostenitori della carne hanno ancora poca importanza, soprattutto qui in Ungheria, ma li si puó già vedere carni finti e prodotti simili sugli scaffali dei negozi. Non è del tutto chiaro se stiamo davvero facendo del bene alla Terra passando a queste carni finte, e la carne finta non risolverà certamente i problemi di approvvigionamento alimentare mondiale né a breve né a lungo termine. L’autore è anche più interessato alla domanda sull’eventuale ruolo che avranno gli insetti nella dieta dell’umanità. Naturalmente, la FAO, l’organizzazione dell’ONU per l’alimentazione e l’agricoltura, lavora su questo tema gia da anni. Già in un reportage del 2013 scrivevano sugli insetti come una delle soluzioni per combattere la fame e la malnutrizione a livello globale.

Qui in Europa è ancora una curiosità, con notizie occasionali che alcuni alimenti contengono già farina di insetti, ma la sua produzione e consumo è ancora insignificante. In Thailandia, ad esempio, esistono già allevamenti di grilli e altri insetti, con efficienze che superano quelle dei tradizionali allevamenti di bestiame su larga scala. “Per produrre una tonnellata di cibo, un allevamento di locuste richiede dodici volte meno terra di una mandria di bovini”.

Non credo che presto gli insetti sostituiranno la carne nella nostra dieta, ma l’argomento è interessante dal punto di vista di quanto ho detto tante, tante volte in tanti luoghi. Mangiamo meno carne, ma mangiamo carne di buona qualità! Diamo un’occhiata da dove acquistiamo e scegliamo solo cibo da una fonte affidabile e di alta qualità.

Mangiamo troppa carne?

Secondo l’autore, i francesi mangiano 66 kg di carne a persona all’anno. Ho fatto una rapida ricerca per una cifra ungherese, che secondo KSH era di 68,8 kg nel 2019. In termini europei o globali, non si tratta di cifre particolarmente elevate. In Europa gli spagnoli mangiano più carne (ne consumano oltre 90 kg/persona/anno), seguiti da islandesi e austriaci. Gli europei dell’est mangiano meno carne degli europei occidentali, il che si spiega con le differenze nei redditi medi. Secondo Greenpeace in Spagna, il motivo del loro consumo pro capite di carne palesemente alto è che i produttori e i produttori di prodotti a base di carne vendono i loro prodotti a un prezzo molto basso, il che, dicono, “porta le persone a mangiare inconsapevolmente cibo malsano”.

Ma perché mangiare troppa carne fa male? Non perché sia malsano, ovviamente, ma perché dobbiamo tenere presente il principio della qualità rispetto alla quantità.

La maggior parte del grano prodotto nel mondo viene utilizzato per nutrire gli animali, l’80% in tutto il mondo secondo la FAO. La forte affermazione dell’autore su questo è che “gli animali di cui si nutrono i più ricchi mangiano il cibo che i più poveri non possono ottenere”.

Fortunatamente, però, non pensa che tutti gli allevamenti di animali debbano essere condannati, ma vede il problema nel consumo eccessivo di carne.

E cosa potrebbe riservare il futuro? Veganismo o incorporazione di insetti e alghe nelle nostre diete? L’olio di palma è pericoloso? Le api si stanno estinguendo? Il prodotti biologici possono essere economico e avremo abbastanza acqua? Ebbene, il libro risponde anche a queste domande. Vale la pena leggerlo, ci fa riflettere! Il cambiamento inizia sempre dal basso. Inizia in piccolo e il mercato e le imprese risponderanno. Almeno questo è ciò su cui stiamo lavorando.